Il curriculum atipico di Vasco Rossi: aiuto fornaio, raccoglitore di ciliege, sorvegliante notturno, facchino, supplente, dj e rockstar!

By 14 Maggio 2018Senza categoria

Questa intervista è apparsa su Job24.it de Il Sole 24 Ore nel maggio del 2009. Ora Job24.it non esiste più, ma l’intervista si può rileggere qui.
Purtroppo non incontrai personalmente Vasco: mandai le domande via email alla sua mitica assistente Tania Sachs e Vasco, molto diligentemente, mi rispose dopo una settimana. Mi sono permesso di correggere soltanto qualche virgola.

PARTE I

Nome: Vasco

Cognome: Rossi

Nato il: 7/02/1952

Città: Zocca (Modena)

 

Quanti lavori ha fatto prima di diventare Vasco?

Mi sono sempre dato da fare. Mentre ancora studiavo alle superiori e poi all’università, durante l’estate mi davo da fare. Ho fatto molti lavori stagionali. L’aiuto fornaio, il raccoglitore di ciliegie, il sorvegliante notturno, il manovale, il facchino, il supplente, ho montato anche mobili per un mobilificio.

 Il lavoro più gratificante e il più avvilente

Quello più avvilente fu lavorare tre mesi come garzone per dei pigri geometri catastali. Quello più gratificante il dj.

È stato supplente di applicazioni tecniche alla scuola media di Zocca, le piaceva insegnare?

Mi piaceva molto ma non riuscivo a tenere a freno gli adolescenti. Insegnare è una “missione” cui bisogna essere portati.

Si era iscritto prima ad Economia e commercio e poi a Pedagogia. Quando ha lasciato le mancavano otto esami; che lavoro pensava di fare, a quel tempo, se le fosse andata male nella musica?

Il dj o il vj. Ma avrei fatto anche il camionista.

 A quanti anni è riuscito a mantenersi da solo?

Fin dai tempi del liceo non volevo pesare troppo sull’economia famigliare per cui accettavo tutti i lavori possibili e immaginabili per mantenere la mia indipendenza economica, che ho raggiunto in maniera totale a 23 anni quando lavoravo come deejay.

 Il primo cachet

Nel primo locale di Sorbolo, non ricordo bene, ma allo “Snoopy’s Dream” di Modena lavoravo tutte le sere per 900 mila lire al mese.

 Titolo di studio

Diploma di ragioniere conseguito a Bologna nel 1972

Laurea honoris causa in “Scienze della comunicazione” allo IULM di Milano, 2005

Lingue straniere conosciute

Conosco un po’ il francese e un po’ l’inglese… ma dovrei applicarmi di più!

Sulla carta di identità alla voce professione c’è scritto

Artista

 La parola “lavoro” cosa le fa venire in mente?

Sudore

PARTE II

Vasco e il lavoro: “da piccolo sognavo di fare il pilota d’aereo. Piuttosto che l’impiegato avrei fatto il camionista”.

 

Quando, da piccolo, le domandavano: “che cosa vuoi fare da grande?”, cosa rispondeva?

Il pilota di aereo

Suo padre era camionista, che cosa le raccontava di quel lavoro e che lavoro sognava per lei?

Mi diceva che era molto faticoso e sognava per me un impiego statale o in banca. Lui lo definiva “un lavoro al coperto” e non intendeva solo dal punto di vista meteorologico. Ma io amavo troppo l’indipendenza e la libertà, e piuttosto che l’impiegato avrei fatto il camionista come lui.

E’ mai stato disoccupato?

Mi sono sempre dato da fare anche durante l’università e non mi sono mai aspettato niente da nessuno.

Nel processo di produzione di un disco vi sono vari passaggi: quali preferisce e di quali farebbe a meno?

Preferisco la fase un po’ anarchica e creativa iniziale a quella molto ripetitiva e di precisione in sala di registrazione.

Quanto è importante il ruolo dei suoi collaboratori per il prodotto finale? Come li sceglie?

Moltissimo. Siamo una squadra e io sono quello che deve fare gol. Li scelgo in base alle loro capacità e pretendo da loro il massimo impegno e la più totale disponibilità.

Ha mai pensato di cantare in inglese per allargarsi al mercato internazionale?

Non ho mai pensato a nessun “mercato”. Sono sempre stato interessato solo ad emozionare e a comunicare gioia. Canto e scrivo nell’unica lingua che conosco, quella della mia anima.

Quando è sul palco pensa: “sto lavorando”, o “mi sto divertendo”?

Devo stare troppo concentrato per divertirmi. Ma non lo considero nemmeno un lavoro. Penso che sto “interpretando”.

 

PARTE III

“Entusiasmo, coraggio, fiducia in se stessi, e un po’ di sana incoscienza”, il mix di Vasco per i giovani precari.

 

Come interpreta il mutamento del mercato del lavoro? Milioni di persone, giovani – e ormai non solo più giovani – non hanno un lavoro stabile: co.co.co., co.co.pro., tempo determinato. E’ difficile fare progetti di vita.

Il mondo del lavoro è in continua trasformazione e le conquiste dei lavoratori dipenderanno sempre dalle loro lotte e dalla loro capacità di trovare equilibri di forze con le aziende. Probabilmente i tempi del lavoro fisso e garantito per tutta la vita sono finiti. Questo di per sé non sarebbe un dramma se le regole fossero giuste e chiare, se si trattasse solo di cambiare mentalità. Un precario magari dovrebbe costare di più all’azienda e percepire uno stipendio più alto rispetto a un altro lavoratore garantito. Perdere il lavoro in età avanzata è una vera tragedia. Ma per i giovani fare progetti di vita sarà sempre comunque una questione di entusiasmo, coraggio, fiducia in se stessi e anche un po’ di sana incoscienza.

Vuole dire qualcosa ai precari del popolo di Vasco, composto da migliaia di giovani?

Avere fiducia in se stessi, essere preparati, e mettere il massimo impegno in quello che si fa. Per il resto seguire il proprio istinto e i propri sogni, cercando la felicità nella vita e la propria realizzazione come esseri umani. Il lavoro è un mezzo non un fine. Dopo tutto l’uomo non è nato per lavorare.

Nelle sue canzoni il lavoro non è presente. Lo trova un tema poco interessante o non abbastanza poetico?

Il lavoro non è una emozione.

“E mi ricordo chi voleva al potere la fantasia, erano giorni di grandi sogni, sai, eran vere anche le utopie.” Se molte delle conquiste ottenute dai lavoratori si vanno perdendo, è da attribuire anche alla mancanza di utopie?

Il fatto di credere che le utopie potessero “avverarsi” è stata la grande illusione della mia generazione. Le utopie, in quanto tali, non sono mai realizzabili pienamente. Restano e sono dei punti di riferimento “ideali”, fondamentali e utili, per stabilire dei percorsi verso cui tendere per cercare di migliorare le condizioni di vita delle persone. Potranno cambiare o essere diverse ma non credo che mancheranno mai.

Come giudica l’operato dei sindacati negli ultimi tempi?

Io so che i sindacati esistono per difendere i diritti dei lavoratori. Non sta a me giudicare il loro operato. Io sono una RockStar.