Il curriculum atipico di Paolo Rossi: calciatore, imprenditore agricolo/immobiliare, candidato politico e commentatore tv

By 12 Luglio 2018Senza categoria

Incontrai Paolo Rossi nelle nuova sede di Sky Italia, a Milano Rogoredo; questa intervista fu pubblicata su Job24.it del Sole 24 Ore nell’aprile del 2009, nella mia rubrica “Il curriculum atipico di…” Ora Job24.it non esiste più, ma l’intervista si può leggere qui.

La sua autobiografia si intitola “Ho fatto piangere il Brasile”; il riferimento, ovviamente, è a quella tripletta del 5 luglio 1982 rimasta non solo nella storia del calcio, ma nella storia d’Italia, preludio alla vittoria della coppa del mondo. Il curriculum atipico di Paolo “Pablito” Rossi segue l’andamento contrario a quello dei personaggi finora intervistati in questa rubrica: persone che, prima della notorietà, facevano un lavoro normale. Come può riadattarsi alla quotidianità chi ha raggiunto la fama mondiale a 25 anni e ha vinto tutto compreso il Pallone D’oro, massimo riconoscimento per un calciatore?

Nome
Paolo

Soprannome
Pablito

C’è ancora qualcuno che la chiama così?
Sì, certamente, c’è qualcuno che mi saluta anche per strada con un “Pablito”

Cognome
Rossi

Nato il
23/09/1956

Città
Prato, nel sobborgo di Santa Lucia

Residente a
Vicenza

Prima di fare il calciatore, da ragazzino, ha mai lavorato?
A 13 anni ho lavorato 15 giorni come barista nel circolo Arci di fronte a casa mia

Il primo lavoro dopo che ha smesso col calcio?
Ho lavorato con un’agenzia di pubblicità a Roma per tre anni. Curavo le relazioni esterne, facevo gli eventi speciali. Mi sono divertito molto, avevamo clienti che spendevano parecchio per la Formula Uno, e poi abbiamo fatto sponsorizzazioni con le nazionali di calcio russa e spagnola.

Il lavoro più gratificante e il più avvilente

Il più gratificante senza dubbio quello del calciatore, perché lo si inizia per pura passione e poi diventa una professione, anche se in realtà non l’ho mai considerato veramente un lavoro.
Avvilente direi nessuno, perché ho avuto la fortuna, nel corso degli anni, di fare delle cose perché me le sono scelte. Mi rendo conto che è un privilegio di pochi.

Il primo stipendio

Nel 1972, quando avevo 16 anni ed ero nei ragazzi della Juventus. Venivamo pagati con 20.000 lire al mese, che bastavano giusto per la lavanderia, il gelato la sera o il croissant. Sono stato per tre anni nel pensionato della Juventus a Villar Perosa, eravamo quaranta ragazzi da tutta Italia, la mattina ci portavano a scuola e al pomeriggio ci allenavamo.

Titolo di studio

Ragioniere. Mi sono diplomato a Torino.

Sulla carta di identità alla voce professione c’è scritto

Imprenditore agricolo. Per la conduzione dell’azienda agricola in Toscana c’era la necessità di avere lo status di agricoltore a titolo principale, ho fatto l’esame ad Arezzo. Mi occupo anche di altre cose, però sono contento che ci sia scritto questo, è un po’ quello che avrei voluto fare da sempre perché mi piace molto la vita in campagna, i vigneti.

Professioni attuali
Sostanzialmente faccio l’imprenditore. Ho società di costruzioni immobiliari da 30 anni; ho iniziato casualmente a 20 anni, investendo i primi risparmi in un lavoro edile perché non volevo tenerli in banca. E poi è diventato un vero e proprio lavoro, anche se si è sempre trattato di cose piccole, mirate.

Lingue straniere conosciute

Conosciute direi nessuna, nel senso che parlo un po’ d’inglese, un po’ di spagnolo. Questo è il cruccio che ho, le lingue oggi sono diventate fondamentali, e poi viaggio molto, specie negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma non ho mai avuto il tempo di impararle perché dovrei rimanere a viverci almeno un anno e praticarle. Non so se farò ancora in tempo.

Esperienze di lavoro all’estero

In Spagna con la nazionale spagnola di calcio, quando lavoravo per l’agenzia di pubblicità. Avevo un appartamento a Madrid, per due anni ho fatto il pendolare, ma non ci rimanevo mai per più di due settimane.

La parola “lavoro” cosa le fa venire in mente?

Mi fa venire in mente l’impegno. Fino ai 30 anni sono stato un dipendente delle società di calcio. Quando ho smesso di giocare, ho sempre lavorato, ma da libero professionista, e sono stato fortunato perché ho potuto scegliermi i lavori in relazione al tempo e alla qualità della vita. Se non avessi avuto dei soci che lavoravano e lavorano per me, non avrei potuto fare né il lavoro di imprenditore, né quello di imprenditore agricolo.

DAI CAMPI DI CALCIO A QUELLI DELL’AZIENDA AGRICOLA

Le è pesato passare dalle glorie del calcio ad una vita normale?
I primi tre mesi sono stati difficili. Avevo lasciato il lavoro fatto da sempre, bello, gratificante sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto delle emozioni. Credo che fare sport da professionista sia qualcosa di unico. Poi ho fatto lavori che mi hanno consentito di guadagnare anche di più, ma non ho mai provato le stesse soddisfazioni dello sport.

Quando le ricordano che è un mito, cosa risponde?

Sono una persona molto semplice, non lo avverto, anche se non passa giorno senza che qualcuno me lo ricordi, che mi ricordi episodi legati alla mia vita da calciatore. Una volta era un po’ stressante, oggi mi fa piacere, la gente mi ferma con affetto e mi ricorda episodi piacevoli.

Mick Jagger nell’82, dopo i suoi tre gol al Brasile, fece un intero concerto a Torino con la sua maglia numero 20 della nazionale. Lei aveva 25 anni: che effetto le fece essere indossato da un mito?
Sono cresciuto ascoltando i Beatles e i Rolling Stones, e vedere Mick Jagger sul palco con la mia maglia mi suonava strano. Di colpo mi sono accorto che la mia vita era cambiata, quel mondiale mi ha dato un successo planetario, mi sembrava di essere onnipotente, di avere il mondo tra le mani.

In effetti, stringendo la coppa del mondo, aveva il mondo tra le mani…
Sì, ma è durato un attimo, io non ho mai perso di vista quelle che sono le cose principali della vita di tutti i giorni. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia molto normale, in cui mi hanno inculcato i valori importanti della vita. Le grandi gioie sono effimere.

Però quella partita con il Brasile, così la finale con la Germania, è rimasta non solo come evento sportivo, ma fa parte del patrimonio culturale italiano.
Sì, ho un bel ricordo di quella partita, però non l’ho vissuta come si potrebbe credere perché un’ora dopo la fine, sul pullman verso l’albergo, il nostro allenatore Enzo Bearzot mi si sedette accanto e mi disse: “Bravo, hai fatto una cosa bella, ma adesso inizia a pensare che fra tre gironi dobbiamo giocare contro la Polonia”. Quindi non ho avuto il tempo necessario per godermi quei tre goal.

Perché non è rimasto a lavorare nel mondo del calcio?

Sentivo l’esigenza di staccare completamente. Con il calcio avevo dato tanto, e avevo voglia di vivere un mondo diverso, fare esperienze diverse nel lavoro e potermi gestire la vita, senza gli obblighi e i tempi del calcio. Starmene il sabato e la domenica con la mia famiglia, oppure andare tre giorni in montagna, cose che prima avevo potuto fare assai raramente.

I suoi genitori che lavoro facevano?
Mio padre era ragioniere, e ha sempre lavorato come amministratore in un’azienda tessile di Prato, che è la città dei tessuti. Mia madre, invece, ha sempre fatto la sarta, lavorando in casa. E’ molto brava, sa fare di tutto.

L’hanno appoggiata nella sua scelta di fare il calciatore?
Sì, la mia è una famiglia di sportivi appassionati, non solo di calcio, mio padre e mio nonno non si perdevano una gara ciclistica. Quando c’era di mezzo la maglia azzurra, non importava lo sport, c’era un forte nazionalismo e son cresciuto guardando molti campionati del mondo, non solo di calcio, sentendomi molto italiano, sentendo un forte senso di appartenenza.

Quando è nata la società di costruzione immobiliare e perché ha scelto quel tipo di attività?

Me lo propose Giancarlo Salvi, che ha undici anni più di me e ha fatto la sua carriera nella Sampdoria, prima di arrivare al Lanerossi Vicenza quando io ero agli inizi. L’accordo era che lui si sarebbe occupato della società da solo nei primi anni, mentre io l’avrei aiutato una volta smesso di giocare. E così è stato; ormai sono trent’anni che lavoriamo insieme, siamo più che fratelli. Compriamo aeree per edificare o ristrutturiamo cose esistenti. Il nostro lavoro consiste nel fare i contratti con i fornitori, costruire, e poi vendere.

L’agriturismo è venuto dopo?

Sì, è successo che avevo voglia di ritornare in Toscana, da Vicenza dove vivevo e dove tutt’ora passo metà della settimana. Andavo a fare i week end da amici che avevano fattorie fra Siena e Arezzo, con un altro mio amico mi sono messo in cerca di una casa di campagna e ci capitò l’opportunità di rilevare un’azienda agricola. Immaginavamo che saremmo invecchiati lì a fare l’olio e il vino. E’ diventato un lavoro importante perché l’azienda è grande e prende tempo.

Che lavori fa nell’agriturismo?
Lavori manuali, anche se non con continuità: mi piace staccare le olive, vendemmiare, lavorare la vigna con il trattore. Produciamo olio e vino, i tipici prodotti toscani.

Si può soggiornare nell’agriturismo?

Certo, più che un agriturismo è un resort: c’è la piscina, il tennis, i campi di calcetto, una piccola palestra, le mountain bike, e d’estate tengo dei brevi corsi di calcio per ragazzini, ma di nuovo non lo considero un lavoro, semmai uno svago.

“QUELLO DEL CALCIO E’ UN MONDO MERITOCRATICO”

“Non ero un fenomeno atletico, non ero nemmeno un fuoriclasse, ma ero uno che ha messo le sue qualità al servizio della volontà.” Quanta volontà e quanto talento c’era in lei?
Per arrivare a raggiungere risultati importanti nello sport bisogna essere baciati dalla fortuna ed avere un po’ di talento. Però il talento da solo non basta, va abbinato ad un forte volontà, alla determinazione; nel mio caso direi che c’è un 50% di talento e un 50% di grande volontà.

E questa volontà da dove viene?

Credo dalla voglia di capire dove puoi arrivare. Già da ragazzo ero molto bravo; nel calcio a dieci, dodici anni si capisce chi ha talento e chi no. Mi ero dato degli obiettivi, senza pensare di arrivare chissà dove. Mi ero detto: a 20 anni mi renderò conto di quello che potrò fare della mia vita, cioè se rimanere nel calcio o andare a fare il ragioniere, magari in banca a Prato.
Poi ho avuto fortuna e sfortuna. La mia carriera sportiva è stata molto breve e intensa, di alti e bassi; ho smesso a 30 anni per problemi alle ginocchia, sono stato fuori due anni per squalifica. Però sono contento, rifarei tutto quello che ho fatto.

Quello del calcio è un mondo meritocratico?

Non c’è dubbio. Per lo meno fra i calciatori, lì non si imbroglia, non c’è raccomandazione che tenga.

Però ora, più che ai suoi tempi, conta anche molto avere un procuratore importante, per giocare ad alti livelli.

Sì, il procuratore può essere più o meno bravo, ma quello che fai in campo è sotto gli occhi di tutti e, in questo caso, la forza delle parole è una forza limitata.

Perché la vittoria del campionato del mondo del 2006 non è stata epica come quella del 1982?
“Tutta colpa di Paolo Rossi”: c’è un libro scritto da un giornalista del Giornale intitolato proprio così, e spiega perché il 1982 ci è rimasto nel cuore e il 2006 è sfumato subito. Credo che conti molto il modo in cui si vince, il nostro percorso fu esaltante, e poi oggi si brucia tutto molto più in fretta. Prima si aspettava la partita della domenica, c’era la schedina con il 13, mentre oggi si gioca quasi tutti i giorni, il calcio ubbidisce a regole di marketing, e tutto questo bombardamento mediatico toglie l’alone di mito di cui prima erano circondati i calciatori.

Con Gianluca Vialli conduce su Sky “Attenti a quei due”. Il calcio la diverte ancora?
Non sempre. Però mi piace perché la passione rimane, anche se l’ho abbandonato a livello di lavoro. Certo, non sto incollato al televisore a vedere partite su partite, mi piacciono i film, seguo History Channel perché mi entusiasma, e poi altri sport come il basket, il rugby, il ciclismo e il tennis.

Lei ha parlato di un forte nazionalismo respirato in famiglia. E’ un caso che si sia candidato per Alleanza Nazionale alle Europee del 1999?
Da giovane non avevo una forte passione per la politica, anche se l’ho sempre seguita per interesse personale. Ho voluto fare un’esperienza alle Europee perché ce ne fu l’occasione.

L’hanno cercata?
Sì, io avevo una simpatia per AN, poi ho conosciuto Fini, che mi ha coinvolto. Era un partito che stava cambiando, per fortuna è finita la contrapposizione ideologica di una volta. Le mie idee sono più di centro destra che di centro sinistra, ovvio, ma sono uno molto moderato nelle cose, quindi più di centro. Mi interessava capire i meccanismi della politica da dentro.

Fu eletto?
Assolutamente no; presi più di 11.000 preferenze, sono arrivato terzo in un collegio durissimo: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Trentino. Ad un certo punto ho sperato di non essere eletto perché dopo un mese e mezzo che correvo a destra e sinistra, mi sono fatto molte domande. Capivo che non era la mia vita, anche se ero coinvolto perché la competizione elettorale è molto forte, però sentivo che era un impegno che non mi apparteneva.

Quale contributo pensava di portare in politica con la sua esperienza?

Una volta eletto al Parlamento Europeo, pensavo di contribuire relativamente al mio ambito, con leggi in campo sportivo. Non avevo altri obiettivi politici.

Lei ha un figlio di 26 anni; è preoccupato per il suo futuro lavorativo?
In Italia sì, vedo che ci sono pochissime opportunità. E’ un paese diventato molto difficoltoso in tutto, mio figlio vorrebbe andare all’estero e io non lo freno. E’ già stato un anno a Londra ad imparare la lingua, ora vorrebbe andare negli Stati Uniti; sicuramente in alcuni paesi, se vali, ci sono più opportunità di metterti in mostra.